2.6 - Visione e lettura

L’enorme dilatazione che l’esperienza sensoriale visiva ha conosciuto in questo secolo, con una vistosa accelerazione negli ultimi decenni (cinema, televisione, pubblicità, stampa periodica, "arredo" urbano, ecc.), più che neo termini semplicistici e riduttivi di una contrapposizione fra il visivo e il verbale, fra i procedimenti della visione e quelli della lettura, va vista in quelli più complessi del rapporto fra l’iconico e il linguistico, sia nel senso di possibili grammatiche o semiotiche della visione elaborate sulla scorta di modelli linguistici e non, sia in quello di profonde implicazioni dell’universo visivo in quello verbale, di quello della percezione visiva in quello delle strutture logiche.

Emerge infatti sempre più una linea di tendenza, secondo la quale si accentuano i legami fra visibilità e leggibilità, cioè fra i procedimenti di pura visione (di superficie, di oggetto, di forma) e procedimenti di lettura (di interpretazione, di descrizione, di narrazione).

Già Ejchenbaum, in un saggio del 1927, intitolato Problemy kino-stilistiky, proponeva uno dei primi approcci di tipo linguistico ai problemi dell’espressione cinematografica e, a proposito dei procedimenti di riconoscimento della metafora visiva, aveva utilizzato la nozione di "linguaggio interiore", attribuendo all’attività verbale riflessa dello spettatore il ruolo di "elemento costitutivo dello stesso film" e non tanto di "elemento psicologico fortuito della percezione cinematografica".

Sulla stessa linea si collocano gran parte degli interventi di Barthes in tema di "civiltà dell’immagine". In Le message photographique, del 1961, egli osserva, a proposito della fotografia, che essa viene verbalizzata nel momento stesso in cui è percepita e, anzi, che essa è percepita solo quando viene verbalizzata. E in Eléments de sémiologie, del 1964, egli fa dipendere la possibilità che l’universo visivo (o comunque non verbale) acceda "allo statuto di sistema attraverso la mediazione della lingua, che ne isola i significanti (sotto forma di nomenclature) e ne nomina i significati (sotto forma di usi o di ragioni)". Ciò va ricondotto a una preliminare constatazione che la sostanza visiva dei cosiddetti messaggi non verbali (in realtà messaggi misti di immagine e parola, come avviene nel cinema, nella pubblicità e nei fumetti) "si trova in un rapporto strutturale di ridondanza o di ricambio con il sistema della lingua".

Le conclusioni alle quali Barthes perviene possono essere così schematizzate: la civiltà dell’immagine svolge la funzione di guidarne non già l’identificazione, bensì l’interpretazione, cioè di "ancorare" il metalinguaggio interiore indotto dalla visione a una serie di significati prodotti e imposti dall’ideologia dominante; l’indefinita varietà del visibile viene costruita in sistema attraverso le funzioni, demandate alla parola, di "immobilizzazione dei livelli di percezione", "conoscenza" e "enfasi". Ad esempio, in un universo come quello della moda, nel quale sembra dominare il visivo, i procedimenti descrittivi (le didascalie dei periodici di moda) risultano inseparabili da quelli produttivi (produzione, confezione dell’abito-oggetto) e da quelli rappresentativi (riproduzione fotografica, presentazione dell’abito-immagine). L’idea che guida qui le ricerche di Barthes è che l’universo visivo può costituirsi in sistema (testo) solo in quanto istituito da una descrizione, da una lettura.

Successivamente, però, lo stesso Barthes, proprio approfondendo i meccanismi della lettura, ha finito con il proporre, di quest’ultima, una nozione più vasta e generalizzata, non più legate strettamente al modello verbale, che tiene conto dei complessi rapporti che l’oggetto tradizionale della lettura (lo scritto) intrattiene con l’immagine e il suono: a una crisi dell’attività di lettura corrisponderebbe una universalizzazione dell’operazione di lettura (intesa come vera pratica significante) e una diffusione della funzione rituale della lettura stessa.

Insomma c’è una precisa tendenza a superare la contrapposizione fra lo sguardo e la lettura e a elaborare adeguati modelli interpretativi delle strategie enunciative di tipo verbale e di tipo visivo, al fine di arrivare a una teoria unificata dell’enunciazione.

Il tentativo di costruire questa teoria parte dall’osservazione che vi sono due modi possibili di accedere a un’informazione contenuta in uno schedario o nella memoria di un elaboratore: uno è sequenziale – bisogna esplorare tutto lo schedario fino a trovare l’informazione che si cerca; l’altro è selettivo – l’informazione viene reperita in un indirizzo e si va direttamente a questo indirizzo per trovarla.

La lettura designa a un tempo questi due modi d’accesso: tra i sensi del latino legere, prima di "leggere", si trova "percorrere" e "cogliere". Il percorso – l’accesso sequenziale – è il modo di lettura appropriato al romanzo, che Descartes, proprio in base a ciò, distingueva dal testo filosofico. La raccolta – l’accesso selettivo – si realizza perfettamente nella lettura del vocabolario, in cui si cerca una parola dislocata secondo l’ordine lessicografico.

Ma a parte il caso limite del vocabolario, ogni lettura partecipa contemporaneamente del percorso e della raccolta. Interrompere il flusso della lettura, tornare indietro, rileggere, significa isolare un frammento del testo, staccarlo dal contesto; questa operazione di lettura giunge al colmo se leggo con una matita in mano, se sottolineo, se isolo con un cerchio la parola: allora sovraccarico il testo della mia traccia, gli impongo il mio segno. Come nel caso della registrazione dello schedario o nella memoria centrale di un elaboratore, è un mezzo per ritrovare facilmente una frase del libro, senza doverlo di nuovo percorrere per intero.

L’uso di questi frammenti di testo, sovraccaricati di una traccia, si è vieppiù imposto e ha acquisito una importanza e un significato ulteriori con le parole evidenziate all’interno di un testo, che rimandano a un altro testo, che può essere immediatamente richiamato su di esse.

Il testo di compone di frasi e le frasi di segni. I segni bisogna riconoscerli e la frase comprenderla. I segni hanno un significato, la frase un senso. Questo senso – ciò che si comprende – è una totalità organica che non si distribuisce nei segni, che trascende gli elementi della frase. Nei termini della grammatica generativa, si direbbe che comprendere significa andare dalla struttura superficiale alla struttura profonda della frase.

Si può tracciare, nella lettura, una divisione simile tra un riconoscimento e una comprensione? A livello della frase singola, è la stessa divisione che funziona, ma a livello di testo nel suo insieme, nella sua estensione, converrebbe porre nella nuova coppia riconoscimento-comprensione che coinvolga questa volta la totalità del testo. Ciò che vi è da riconoscere nel testo, non sono più segni linguistici ma unità di lettura, come le frasi dei Salmi nella Bibbia, che sono già dei sensi; e ciò che vi è da comprendere è ancora un senso, non più quello della frase ma quello del testo, come forma sintetica che dà un significato alle singole frasi.

La lettura, secondo Barthes, associa questi due gesti complementari, il riconoscimento e la comprensione, omologhi di quelli di cui si compone la percezione della frase. Essi agiscono congiuntamente a livello di espressione e di contenuto, o piuttosto, per essi questa distinzione non è pertinente: gli elementi del riconoscimento si accordano tanto con il significante quanto con il significato. Il riconoscimento è una decostruzione del testo, e la comprensione la costruzione di un altro testo, del mio, che prende atto del libro e lo fa esistere.

Quando leggo veramente, quando mi sintonizzo su un testo, qualcosa si mette in moto: mi metto in agguato, e d’un tratto qualcosa, come un ostacolo, arresta di netto la mia progressione: ciò che ha luogo è una specie di choc, di frattura che spezza, infrange l’uniformità del testo: è un incontro, un riconoscimento. Mi imbatto in un indizio – un’impressione, forse falsa, di già visto o già sentito, una reminiscenza – e mi orizzonto sul testo. Mi dico, a cose fatte: "Era proprio questo". Si tratta di una punteggiatura che taglia il testo, lo frammenta in reparti, in tane che mi sono accessibili perché già ne dispongo, perché già le abito. Sono degli inneschi di senso. I testi che non mi parlano, che mi cadono dalle mani, sono perciò quelli in cui non scopro alcun elemento di riconoscimento, sui quali scivolo senza trovare presa. Mi occorrerebbe scavarli, il che non mi è impossibile (arrivo, se insisto, a leggere quasi tutto: dove, come si dice, sintonizzarmi), per farmi il mio buco.

Il riconoscimento non è una tappa preliminare della lettura, esso è già lettura: la lettura è questa disgiunzione del testo, questa trasformazione del continuo in discreto. Ma gli elementi così riconosciuti devono ancora essere organizzati, ordinati: è questa la risonanza intellettuale, la comprensione, il fatto di prendere insieme i frammenti di senso, di consolidarli in una struttura, in un tutto. Comprensione e riconoscimento si distinguono come nel vocabolario psicoanalitico costruzione e interpretazione: l’interpretazione è puntuale, limitata, discreta; la costruzione è un’elaborazione su scala più grande che riprende oggetti dell’interpretazione, ne fa la somma, colma i vuoti tra di essi, è una ricostruzione della storia e del testo, delle sue articolazioni o delle sue transizioni. Non rimane che saggiarla in nuove interpretazioni, in una nuova lettura.

Ogni lettura è produzione: il senso non precede il testo, esso non vi è né deposto né espresso, esso non è un dato. La lettura è un atto, l’atto di produzione del senso: essa investe il testo, fa che dia senso. Il senso è un valore, quello di cui la lettura investe il testo, che è dunque necessariamente aperto e polisemico. E la lettura, in quanto atto, non è mai innocente, il che non significa che essa sia colpevole, ma che la verità del testo è quella della sua lettura.

Per questo la lettura si pratica sempre su un duplice binario: essa mette in gioco due testi, il senso è la posta in gioco dei due testi; la lettura è essenzialmente una valutazione, un’interpretazione di un testo rispetto a un altro testo: una transazione.

Quali sono questi due testi? Uno è quello che è qui, l’oggetto reale, il libro che ho sotto gli occhi, in mano. Ma l’altro? Dire, come faceva Althusser, che l’altro testo è contenuto nel primo, che esso è il testo invisibile, leggibile, che è presente per un’assenza necessaria del primo, per un’assenza prodotta a titolo di sintomo dal primo, vale dunque, con la metafora del visibile e dell’invisibile, del detto e dell’interdetto, ritrovare un mito religioso della lettura? Il visibile e l’invisibile, l’uno e l’altro testo sarebbero come il contenuto manifesto e il contenuto latente del sogno.

Per questa via si perviene all’affermazione dell’equivalenza della lettura e della scrittura, entrambe pratiche significanti, produzioni di senso (e non semplice fruizione di esso).

La lettura è scrittura, ossia lavoro del testo, e in ciò si raggiunge la lectio medioevale come commento, come esperienza ripetibile di lettura, come capacità di rintracciare sotto la lettera del testo, sotto il senso letterale, un secondo testo nascosto: lo spirito del testo.

La scrittura è lettura, meno nel senso in cui l’intendeva Quintiliano (quello dell’imitazione, della copia verborum ac rerum, che in quanto vi è di intrattabile, la frase. La scrittura comprende la verifica della propria lettura, verifica a cui Flaubert, com’è noto, sottoponeva la frase.


Indice Tesi Master Andrea Mameli