Che cosa si fa a scuola con il computer? "Generalmente si utilizzano i programmi disponibili sul mercato, in gran parte per la semplice elaborazione dei testi, ma in molti casi anche ipertesti per arricchire la ricerca e la ricostruzione di un percorso autonomo di interpretazione delle conoscenze dove tutto può essere recuperato, riposizionato e presentato secondo strutture reticolari che i ragazzi possono scomporre, ma da sola l’attività di copia e incolla non costituisce il miglior percorso di apprendimento. È lipertesto lo strumento che si avvicina maggiormente alla creatività e allintelligenza umana. Questo processo è enormemente potenziato dai mezzi attualmente disponibili: Cd-Rom, Internet, Web, Newsgroup, E-Mail".
L’introduzione delle nuove tecnologie all’interno delle classi scolastiche è dovuta in gran parte al riconoscimento del valore formativo di quelle funzioni che consentono di sviluppare, esercitare, potenziare molteplici capacità degli allievi. Si tratta di un processo graduale, che in pochi anni ha determinato forti cambiamenti nella scuola, ma che non ha ancora raggiunto risultati del tutto soddisfacenti. Troppo spesso il bambino e il ragazzo, "individui intrinsecamente multimediali", vivono la loro simbiosi con le nuove macchine e i nuovi linguaggi al di fuori dalla scuola, in alcuni casi contro di essa.
I notevoli passi avanti compiuti negli ultimi 3 anni, grazie alle iniziative promosse dal Ministero della Pubblica Istruzione, in particolare il piano quadriennale di introduzione delle tecnologie informatiche e telematiche , hanno alle spalle da un lato anni di sperimentazioni condotte da docenti e studenti e dall’altro le sollecitazioni della Commissione dei "saggi" incaricati dal Ministro Luigi Berlinguer di individuare i "Contenuti essenziali della formazione di base", in altre parole le forme di conoscenza irrinunciabili per l’azione formativa del prossimo futuro. Nel documento di sintesi della Commissione, redatto su incarico del Ministro da Roberto Maragliano, Clotilde Pontecorvo, Giovanni Reali, Luisa Ribolzi, Silvano Tagliagambe, Mario Vegetti, si legge: "La scuola è l’unica sede in cui si presentano in forma ordinata e relativamente completa le istituzioni’ dei vari saperi, diversamente da quanto accade per le informazioni più o meno occasionali e scoordinate che vengono fornite da altre sedi. Ma questo stesso disordine’, che è proprio della società dell’informazione, agisce come specchio e generatore di una costante revisione dei quadri istituzionali delle conoscenze. La scuola non può assistere inerte a questo fenomeno".
Quella che sta crescendo è una generazione nata tra i media digitali e i collegamenti in rete. La Net Generation tra non molto imporrà la sua cultura al resto della società, ma né i genitori né gli insegnanti capiscono cosa fanno i loro figli nel cyberspazio. Allora dobbiamo chiederci se sarà la rete dei saperi diffusa per mezzo della rete Internet a dare lo scossone più violento alla scuola e alle altre forme tradizionali di trasmissione del sapere e se si affermeranno nuove gerarchie fondate sul possesso della conoscenza.
L’uso di strumenti concepiti per sostenere il bisogno comunicativo della comunità scientifica (E-mail, Mailing-List, Web, Chat, Newsgroup) determina un forte aumento delle collaborazioni a distanza e riduce gli ostacoli geografici e le diversità culturali consentendo a studenti e insegnanti di entrare in contatto con esperti, docenti universitari, tecnici specializzati, ma anche con altri studenti e insegnanti con i quali nella maggior parte dei casi non sarebbero mai entrati in contatto. In questo modo scuola e mondo del lavoro possono attuare un proficuo interscambio prendendo nel contempo coscienza dello scarso aggiornamento della programmazione didattica. Questo da un lato spinge gli insegnanti a integrare le lezioni con riferimenti concreti estranei alla tradizionale sfera d’interesse della scuola e d’altro canto offre agli studenti l’opportunità di imparare a cercare informazioni e la soddisfazione di vedere i propri lavori diffusi in un circuito mondiale.
Le caratteristiche di questi sistemi, tuttavia, nascondono alcuni rischi, tre su tutti: il livellamento culturale, la mancanza di controllo della validità dei contenuti, la scarsa varietà nelle differenze di interpretazione dei fenomeni. L’unico vero antidoto risiede nell’adeguata formazione degli insegnanti: il docente deve imparare a trasformarsi in un "broker" nell’era dell’Informazione: una guida in grado di fornire materiali utili a presentare i contenuti nel modo più efficace, anche in base agli stili di apprendimento degli studenti.
Il docente conserva il compito insostituibile di adattare i programmi didattici alle necessità del singolo, di motivare gli studenti, di rispondere alle domande individuali, di fornire le conclusioni più aggiornate o alternative, di correggere le interpretazioni scorrette, di suggerire le tecniche di identificazione e trattamento dell’informazione pertinente, in una disponibilità sempre crescente di informazioni multimediali. Il docente, in un sistema di apprendimento basato sui media, deve inoltre puntare a far nascere e rafforzare negli allievi comportamenti maturi e adeguati alla scelta dei materiali, maggiori competenze nell’autodefinizione dei bisogni, nella selezione delle alternative offerte, nella ricerca della qualità nell’apprendimento.
Si tratta di un passaggio delicato, perché molte delle innovazioni apportate dall’introduzione delle nuove tecnologie in classe, in particolare quelle che tentano di ricreare elettronicamente ambienti e universi percettivo-motori, contrastano, per la loro stessa costituzione, contro l’essenza dell’organizzazione scolastica tradizionale.
A scuola la multimedialità e le nuove tecnologie didattiche in genere possono essere sfruttate in due direzioni: per la fruizione di materiali preconfezionati oppure con il coinvolgimento diretto di insegnanti e allievi nella preparazione di percorsi di ricerca e moduli didattici.
Nel primo caso la risorsa assume le vesti di "libro attivo". Nel secondo l'allievo diviene autentico protagonista dell'apprendere, alla presenza del docente nel ruolo di facilitatore.
Qui sta del resto il senso profondo della relazione allievo-insegnante: il sapere non deriva tanto dalla manipolazione formale delle rappresentazioni mentali di un mondo oggettivo, quanto piuttosto dalla partecipazione attiva all’interno di interazioni comunicative. L’apprendimento non è un processo individuale: le tecnologie che portano a lavorare in gruppo, a costruire insieme, sono le più vicine all’attitudine naturale all’apprendere.
L’attività didattica mediata da tecnologie e volta alla realizzazione di un prodotto costituisce un grosso stimolo all’apprendimento: l’allievo ha di fronte a sé un compito impegnativo che lo coinvolge assieme a coetanei e adulti. Dover costruire un ipertesto, ad esempio, implica innanzitutto una riflessione sulle relazioni esistenti tra i concetti prima della effettiva ricerca e sistemazione dei contenuti.
L’importanza delle forme di interazione tra studenti, e fra studenti e docenti, ai fini del raggiungimento di specifiche finalità didattiche, è stata evidenziata dal costruttivismo: molte ricerche hanno dimostrato che l’apprendimento mostra un netto miglioramento in situazioni di lavoro cooperativo rispetto a quello competitivo o individuale. Le interazioni di tipocooperativo non solo determinano e rafforzano lo sviluppo del senso sociale, ma hanno anche un forte impatto sui processi cognitivi e metacognitivi, sulla motivazione all’apprendimento e sulla stessa autostima. In sostanza lo sforzo cooperativo si traduce in un massiccio impiego di strategie di ragionamento di alto livello.