I racconti della nonna di Lara

Lara ascoltava sempre la nonna. Da bambina con stupore e meraviglia, poi, divenuta adolescente con meno entusiasmo ma sempre con una dose di curiosità. Lara, a differenza della mamma, che sembrava di fretta anche quando non lo era, restava sempre a sentire i racconti della nonna.
Lara aveva catalogato nella sua testa molte storie dell’infanzia della nonna e negli ultimi anni si era sentito spesso in dovere di correggerla. Che strana sensazione correggere la nonna, quella stessa persona che quando Lara era bambina, impartiva a tutti lezioni di saggezza, di italiano, di sardo, e anche di cucina. La nonna era sempre stata una persona tutta d’un pezzo, gentile, educata e, agli occhi di Lara, infallibile… mentre oggi la vedeva così debole e fragile. Le loro posizioni si erano invertite: ora toccava a Lara correggere gli errori della nonna. Ma Lara non se ne vantava, anzi: “Nonna mi permetto di correggerti” ripeteva ogni volta, quasi a scusarsi, sempre con affetto e delicatezza. E lei, sorridendo e accarezzandola, accettava le correzioni della nipotina.
Anche in quegli ultimi giorni, in cui le sue condizioni di salute stavano peggiorando, la nonna di Lara aveva conservato la voglia di raccontare storie. Bastava un pubblico formato da una sola persona, e quasi sempre era la nipotina, a far riaffiorare quei ricordi e le storie prendevano corpo. Sentiva di avere quel compito e lo svolgeva molto bene. “Un anziano – diceva – può rendersi utile in tanti modi, ma quello di raccontare secondo me è il ruolo principale. Siamo la vostra memoria storica!” E se la figlia non la stava a sentire per fortuna c’era la piccola Lara ad ascoltarla.
Un giorno, mentre la nonna dormiva, Lara stava cercando una matita e aprendo un cassetto aveva trovato un diario. Lo aveva preso in mano e aveva letto qualche pagina a caso: erano appunti, descrizioni di fatti, date, orari, nomi, e storie. Non sempre storie raccontate per intero: a volte erano solo iniziate, in altri casi semplici annotazioni. Ma quelle immagini di una Cagliari che non c’è più descritte con abbondanti particolari avevano qualcosa di familiare. Anzi, man mano che le leggeva, Lara vi riconosceva le vicende che la nonna narrava nei suoi racconti. Le storie che aveva sempre sentito, quelle che la sua mamma non reputava interessanti, erano invece un patrimonio importante. Lara prese quel diario, con il proposito di leggerlo tutto, e di riportarlo alla nonna qualche giorno dopo. La guardò ancora una volta mentre dormiva, le rimboccò la coperta, le sorrise e uscì dalla stanza. Lara era felice, e sentiva di voler bene alla nonna. In cuor suo pensava che dopo aver letto quel diario avrebbe potuto far capire alla mamma l’importanza di quei racconti.
Fin da bambina, la nonna di Lara aveva preso l’abitudine di scrivere su quel grosso quaderno, a volte subito dopo i fatti, altre annotando ciò che ricordava a distanza di anni, spesso dopo il risveglio del mattino, quando i sogni la aiutavano a rivedere le scene della sua infanzia. Nessuno si era mai interessato e andando avanti negli anni lei stessa si era completamente dimenticata del suo diario. Negli ultimi anni, poi, anche la mamma di Lara, tra il lavoro, la casa, i figli e tutto il resto, si era resa sempre meno disponibile. Anche per questo Lara si interessava sempre più alla nonna, vedendola così sola e indifesa: andava spesso a trovarla, anche da sola, e si fermava volentieri ad ascoltarla.
Ora, con la comparsa di questo diario, la nonna per Lara aveva conquistato un posto anche al di fuori dei loro incontri. Adesso, quando non leggeva si fermava a pensare, e cercava di immaginare le persone e le situazioni descritte. Ma quella scrittura non omogenea a volte la confondeva. Era come se fosse stato fuso insieme il contenuto di una cineteca di film della metà del ‘900, con una galleria di arte moderna, e man mano vi si pescasse a caso qualche quadro ricco di colori e spezzoni di scene in bianco e nero. Dopo due giorni di letture, Lara giunse alla fine di quel manoscritto. Ma sentì il bisogno di rileggere alcune parti che l’avevano colpita, o perché le aveva lette in momenti in cui era più difficile concentrarsi e desiderava capire meglio il significato del testo. Ritornò alle pagine più drammatiche, quelle in cui la nonna descriveva, come testimone diretto, la paura per i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Domenica 28. Splendida giornata di sole come mai più ne vidi a Cagliari o altrove.
La domenica più brutta della mia vita.
Le parti della città che non erano state distrutte dalle bombe del 26 hanno ricevuto il colpo di grazia oggi alle 12 e 30, proprio quando stavamo salendo sul treno. Un treno stipato all’inverosimile. Enorme spavento per noi e angoscia fortissima per babbo, rimasto a terra. Per fortuna neppure un graffio per lui e solo il batticuore per noi. Ma quanta paura per tutto il tempo in cui non abbiamo avuto sue notizie.
Siamo scesi a Sanluri Stato e abbiamo raggiunto a piedi la stazione delle complementari.
Con la littorina siamo arrivati fino a Barumini.

La storia coincideva con quella che la nonna aveva raccontato decine, forse centinaia di volte, ma faceva sempre un certo effetto rileggerla, specie se scritta, come in questo caso, da una testimone diretta.
Lara continuò a leggere.

Lunedì primo marzo. Siamo a Barumini. Stiamo tutti bene. La gente del posto ha capito da cosa stiamo fuggendo e ci accoglie volentieri. Questa solidarietà ci fa bene e ci incoraggia.
Passerà.

Lara stava arrivando alla fine di quel quaderno nero con i fogli bordati di rosso, proprio quando iniziavano a comparire nuovi personaggi. Durante la prima lettura alcuni particolari erano sfuggiti. E soprattutto il legame con i racconti della nonna.

Abbiamo iniziato a giocare con i bambini del paese: spesso fra le case, a volte sopra una collina vicina. Negli ultimi giorni ci divertivamo a correre fra le tende del campo militare, perché avevamo capito che non c’erano pericoli.

Lara lo avrebbe saputo più avanti: la collina era quella che pochi anni dopo avrebbe rivelato il suo prezioso contenuto. La più imponente costruzione rimasta tra i castelli pre-romani della Sardegna.
Invece di quel campo militare si ricordano a mala pena i pochi anziani ancora in vita che allora giocavano insieme alla nonna di Lara: era quello del reparto sanitario tedesco in lenta ritirata. Che, stranamente, pensando a quanto accadeva in quelle settimane nel resto d’Italia, aveva instaurato un clima di rispetto con la popolazione locale.

I tedeschi di quel campo erano tranquilli e riservati, venivano spesso ospitati a cena dalle famiglie del posto e si comportavano sempre molto educatamente. Per il loro campo avevano scelto uno stemma in cui figuravano la Sardegna e una spada: dicevano che erano venuti a difenderci. Non si è mai capito da cosa. C’era gente del posto che scambiava limoni con barrette di cioccolato, altri davano pane per sigarette. Quando andarono via lasciarono materiali e carburante.
Accanto a loro si era accampato anche un gruppo di paracadutisti italiani, si chiamava divisione Nembo. Credo che nessuno sparò mai un colpo da quelle parti. Molti morirono di malaria.

Lara conosceva la storia di quella guerra dai racconti del nonno. E sapeva che i tedeschi ne avevano combinato di tutti i colori, nel Nord Italia, lasciandosi dietro solo brutti, anzi terribili, ricordi. Ma dai racconti della nonna e ora da quel diario immaginava che forse in Sardegna avevano mandato i soldati meno adatti alla guerra. A uno in particolare è dedicata la penultima pagina del diario della nonna.

Era alto e biondo, molto gentile e sempre sorridente. Si chiamava Heinrich. Sapeva farsi capire in italiano e una volta chiese di suonare il violino di mio fratello. Mia madre non glielo permise. Quella maledetta guerra le aveva portato via un figlio, partito giovanissimo per il fronte russo e mai più tornato a casa. E lei non se la sentiva di far toccare a un estraneo quel prezioso oggetto che gli era appartenuto, una delle poche cose che riuscimmo a portarci dietro in quel viaggio.
Heinrich e mio fratello potevano avere la stessa età. Due ragazzi precipitati loro malgrado dentro quella enorme macchina tritacarne e derubati della loro giovinezza, da idee folli e senza speranza. Non perdonerò mai i responsabili di questa guerra per tutto quello che ha prodotto.

Infine, rileggendo attentamente l’ultima pagina, Lara capì perché qualche volta aveva visto la nonna fermarsi vicino al sacrario tedesco del cimitero di San Michele. Aveva sempre pensato che, trovandosi a pochi passi dove era sepolto lo zio Marco, la nonna volesse solo riposarsi e asciugare le lacrime per quel figlio scomparso così giovane.

Heinrich mi è tornato in mente spesso. Qualche volta l’ho anche sognato: galoppava su di un bellissimo cavallo bianco, non indossava l’uniforme, sembrava un principe. Tutto intorno case addobbate a festa e gente sorridente: seduto dietro sulla sella riportava mio fratello a casa. Anche lui senza uniforme, sorridente come un angelo.

Quella notte Lara dormì serenamente. La mattina dopo, era una domenica, riprese il quaderno della nonna e si recò al cimitero. Passò a salutare lo zio, levò due fiori secchi e aggiunse acqua agli altri. Poi raggiunse quel sacrario. Attraversò il breve corridoio di ghiaia bianca e si chinò sulla lapide vicino alla quale una volta aveva trovato la nonna. Recava incisi, uno sopra l’altro, il grado, il nome, le date di nascita e di morte di due Deutsche Soldaten. Uno era il caporalmaggiore Heinrich Fisher, caduto due settimane dopo aver compiuto vent’anni.

OBERGEFREITER
HEINRICH FISHER
8-3-1924 20-2-1944

Non sapeva se la nonna avesse riconosciuto in quel giovane il principe azzurro dei suoi sogni o lo avesse solo dedotto leggendo il nome e l’età. Difficilmente si poteva trattare della stessa persona, ma Lara non sapeva che molti dei tedeschi morti in quel campo di malaria furono sepolti prima a Barumini e poi riportati in patria. Ma voleva pensare che la nonna avesse in qualche modo ritrovato il fratello in quel giovane straniero dai modi gentili sepolto, per uno scherzo del destino, a pochi metri di distanza dalla tomba del figlio.
Così la sera stessa si recò dalla nonna: riportandole il diario l’avrebbe abbracciata forte e le avrebbe raccontato di aver cambiato l’acqua ai fiori dello zio Marco, cosa che la faceva sempre commuovere. Poi le avrebbe rivelato di aver scoperto anche lei la tomba di quel giovane tedesco. Sicuramente sarebbe stato molto bello sentire dalla nonna qualche nuovo particolare su quel racconto così bello e su quel sogno felice, mai avverato, di rivedere il fratello.
E poi la mamma l’avrebbe smessa una buona volta di sottovalutare la nonna e i suoi racconti, fermandosi finalmente ad ascoltarla anche lei. Lara andava fiera di questa sua scoperta ed era sicura che avrebbe fatto del bene a tutti. Arrivata al palazzo dove abitava la nonna non citofonò perché il portone era aperto e salì di corsa quelle poche rampe di scale. Giunta al pianerottolo, tenendo stretto quel diario e pensando sempre alle frasi che avrebbe usato, si fermò di colpo. La porta della nonna era spalancata. Tutto intorno facce di zii e cugini. Li guardò in faccia: non sorridevano. Lara entrò di corsa, senza salutare nessuno, e trovò la nonna, quasi immobile, intorno al letto gente che le parlava, qualcuno pregava. Il diario le cadde dalle mani. Si buttò al collo della nonna e iniziò a piangere.
“Nonna!” Gridò Lara tra i singhiozzi.
“Nonna, ti ringrazio per tutte le storie che mi hai regalato. Avevi ragione. Ho capito perché ti sentivi in dovere di raccontarle. Sei stata bravissima. Non lo dimenticherò mai. Grazie. Grazie. Ti voglio bene.”
Lara si sentiva meglio ora che aveva potuto ringraziare la nonna. Per un attimo, vedendo quella gente sul portone, aveva temuto di essere arrivata troppo tardi.
La nonna di Lara sorrise. E se ne andò felice.

Racconto premiato con la Menzione d'Onore al Primo Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa "Una poesia per l'Alzheimer" (Cagliari, 30 giugno 2006).

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